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LA TERRA DI DENTRO: MAPPE ARCHEOLOGICHE NEL CORPO FEMMINILE E STRATEGIE DI RESISTENZA.

Ringrazio Danilo Gatto e il Prof. Lombardi Satriani che mi hanno dato questa bellissima opportunità, e colgo l’occasione per ringraziare l’antropologia come scienza, senza la quale la mia professione di psicologa ed educatrice non avrebbe veramente lo stessa forza. E grazie a tutti i relatori per le splendide e preziose “contaminazioni” ricevute in questi tre giorni. Mi sentivo un po’ pesce fuor d’acqua, e invece ho colto tante assonanze. Ora forse costringerò il vostro sguardo, normalmente teso a cogliere l’esterno, a fare per qualche minuto una inversione a U….Non vogliatemene troppo.
L’antropologia a me ha donato il SENSO DEL TEMPO e del significato. Grazie all’antropologia prestata alla mia scienza io ho imparato a CHIEDERMI IL PERCHE’ delle cose che succedono e ad includere sempre l’aspetto antropologico-evolutivo nei processi educativi. Questa scienza è necessaria alla comprensione delle cose e dei fatti della vita perché, sulla trasmissione delle conoscenze nel tempo, sul dialogo tra culture e tra i simboli, sulle credenze che ci accomunano. A me ha sempre ispirato la passione di conoscere quali sono i nessi tra il tempo dell’evoluzione della coscienza dell’uomo attraverso i suoi legami parentali e sociali ed i sistemi di potere per ingabbiare questa evoluzione.

Integrare la psicologia e la psicoanalisi con l’antropologia ha significato per me indagare sul rapporto tra esistenza ed essenza, cioè l'acquisizione del sé; e sulla relazione che ogni parte del corpo umano ha con gli antenati dell'universo e del lignaggio;
Anche la mia è una scienza che parte dall'ascolto e dall’osservazione partecipata. E ritengo che non sia possibile una vera guarigione psichica se il processo di cura non è iscritto e mediato dal corpo, con tutte le sue relazioni, le sue culture, i suoi riti.

Il mio contributo vuole richiamare l’attenzione su come queste relazioni possono essere anche la riedizione della prima relazione che l’uomo instaura all’inizio della sua storia fisica, quella prenatale con la madre e l’ambiente che la circonda, e di come il corpo delle donne fucina dell’evoluzione, venga regolarmente violentato da un “tempo” che altri stabiliscono, che nega l’importanza della LENTEZZA per una ottimale gestazione della specie, e spesso la costringe a relazionarsi col mondo usando il corpo per asservirsi anziché per servire con la sua creatività. Con la fretta non si crea nulla, non si concepiscono bambini, non si piantano semi nei cuori dei nostri figli. CON LA FRETTA SI INGURGITANO NOZIONI E POI SI VOMITA in mille fantasiosi modi che solo l’essere umano è capace di inventare.
Sembra oggi di essere tornati a quando ancora eravamo nomadi e nemmeno si aspettavano i tempi delle gravidanze perché era imperativo spostarsi e molti cuccioli d’uomo morivano per strada. Solo che oggi i TERRITORI CHE NON SI GODONO, NON SI GUSTANO, NON SI VIVONO sono anche quelli interiori e questo ha una ricaduta terribile e violenta sulla salute della gente e sulla capacità di CREARE, CELEBRARE E TRASMETTERE AMORE.

La rottura tra presente e passato non è solo una ferita sociale, è anche e prima di tutto una ferita psicologica personale, che crea un vuoto che impedisce il salto dell'autonomia nelle persone in crescita e blocca il processo di individuazione. I modelli servono a sentirsi sicuri sulle proprie gambe, certi di appartenere ad un progetto d'amore che sosterrà le nostre scelte future. Se questo sostegno manca, o viene sostituito con modelli che non appartengono al nostro territorio autoctono esterno e interno, si crea un forte "attrito" ed un vero e proprio "buco” che è la causa attualmente anche del disagio psicologico grave. Il distacco dalle figure familiari portanti e dai propri antenati che l’antropologia cerca di colmare, e l'adozione dei modelli mediatici, trasmessi dalla società dei consumi, creano questo concreto disadattamento psicologico. Oggi si dimentica il potere terapeutico della TRASMISSIONE, la funzione degli anziani nei processi di integrazione psicologica, come ponti di sapere su cui i giovani potrebbero camminare molto più sicuri verso il futuro che li aspetta.
Anche la crescita di un territorio procede per stadi. Se gli stadi ed i passaggi non vengono rispettati "per l'età" e secondo i cicli, si è costretti lungo il cammino a fermarsi (o ad ammalarsi, in maniera diversa per ogni genere e cultura) per "recuperare" quei tasselli.
La mia passione per la psicoanalisi si è contaminata con l’antropologia applicata alla vita prenatale dei cuccioli d’uomo. Come per tutte le cose, anche in questa io ho avuto un imprinting, quello di uno dei miei maestri, Antonio Mercurio, professore di filosofia e psicoanalista, che negli anni 70, mi ha fatto gustare alcuni aspetti della scienza antropologica applicata AL TERRITORIO UOMO/DONNA. Mi ha confortata pensare che esiste una trascendentalità potentemente umana e che l’essere umano e’ un enorme cantiere di “lavori in corso” e questo ha un senso, è una speranza, è un filo rosso che ci collega tutti, ovunque noi siamo e senza frontiere, perché tutti veniamo gestati in un utero.
NOI E LA TERRA, DENTRO E FUORI siamo internamente connessi, e molte delle patologie moderne sono anche il frutto di questo distacco, di questa separazione biologica e mentale . Ho capito anche che tutto ha un senso, anche questa separazione, se il senso è quello di instradare uomini donne e luoghi verso un salto di coscienza che, io penso, solo le scienze antropologiche potranno comprendere profondamente in futuro e non a posteriori, ma in working-progress.
Partendo dall’assioma che le donne, SONO SIMILI ALLA TERRA ED AI SUOI CICLI, e dopo aver studiato per passione embriologia e archeologia io ho visto che anche noi, come i territori che i nostri antenati hanno calpestato prima di noi, e su cui noi oggi camminiamo, SIAMO FATTI A STRATI, strati e spirali e che questa materia è sensibile sin dall’inizio alle spinte culturali, sociali e religiose di chi ci gesta.
Ciò che costituisce questi strati è sostanza biologica ed antica, è fondata sulla carne ed inizia nel più grande e perfetto LABORATORIO UMANO che si conosca, l’utero materno. Infatti il primo lavoro che il nostro corpo fa quando inizia la GRANDE CONNESSIONE è di ricapitolare la storia dell’essere umano (ce lo ricorda Haekel con l’ontogenesi che ricapitola la filogenesi) E questa ricapitolazione noi la facciamo dentro il corpo durante la nostra permanenza nel laboratorio uterino, utilizzando il linguaggio universale della genetica e pertanto essa non è senza effetto sulla nostra coscienza. Lo testimoniano nel bambino i riflessi arcaici, residuo attuale di gesti antichi, con cui afferravamo saldamente nostra madre o davamo segnali di spavento e disagio per attirare le cure materne (riflesso di Moro). Oggi la ricerca suffraga ampiamente l’ipotesi che il bambino non sia una tabula rasa, e che ricordi “impressioni” che è capace dopo la nascita di RIEVOCARE stimolato dall’ambiente post-natale.
Non è questa la sede per rappresentarvele, mi basta citare solo alcuni dei ricercatori (mentre per maggiori approfondimenti vi rimando al sito della Associazione Italiana per la Care in peri-neonatologia (www.careperinatologia.it) ed al motore di ricerca internazionale sulla vita prenatale (http://www.primalhealthresearch.com/) ove si possono trovare tutti i riferimenti neuro-scientifici sulla vita prenatale e l’influenza delle relazioni e degli accudimenti primari. Le ricerche mostrano che la prima “neuro-programmazione” avviene nella vita prenatale e determina lo svliluppo successivo dell’individuo (Nathanielsz, 1999). E’ riconosciuto che la tendenza all’ansia nasce nella vita prenatale, così come le traumatizzazioni perinatali possono rimanere per tutta la vita sotto forma di imprintings precoci nella memoria implicita, per cui si rende necessario oggi studiare la neurobiologia del legame affettivo prenatale in quanto precede la nascita rendendo più fragile il processo di individuazione e la costruzione dell’identità (vedi le referenze in appendice).
Allan Shore (2001) ha dimostrato che la regolazione emozionale e relazionale sono profondamente connesse: a livello neurologico il bambino sviluppa una abilità di auto-regolazione in termini di coordinazione psico-biologica tra i due organismi (materno e fetale).
Dunque, è’ come se in qualche modo, arrivati qui, ANCORA NON NATI, tentassimo ogni volta di sintonizzarci con il “GIA’ ESISTENTE” e con il funzionamento di questo antico pianeta, un pianeta con il quale condividiamo un’identità biologica, ciclica , fisica e perciò stesso esistenziale, in divenire continuo. L’universo dentro e fuori di noi non è solo più una metafora: le prime esperienze umane sono iscritte nella carne, sin dalla sua prima tenera conformazione embrionale in foglietti che dopo origineranno i nostri organi. La prima memoria (dei fatti della vita e dei traumi) è cellulare.
L’utero, è il luogo delle prime “strategie di resistenza” fatte con le reazioni e le memorie che il corpo ha di questo dialogo originario e fondante.
Sembra che i nostri vissuti LETTERALMENTE SI INSCRIVONO nella carne diventando memoria innanzitutto neuroendocrina di questo corpo , che è poi anche il nostro strumento di comunicazione non verbale tra esseri della stessa specie e senza confini di territorio. Specialmente tra le donne che funzionano allo stesso modo ciclico, in tutto l’universo conosciuto.
Dimenticare questa comunicazione e non tenerne conto sia in medicina come in economia oggi è secondo me un grossolano errore umano. ANCHE I CORPI COME I TERRITORI, cito la Prof.ssa Faranda nella prima e bella lettura magistrale di questo festival, “sono solo DA ABITARE e non sono più luoghi da sacralizzare”.
Noi abbiamo un dialogo con il mondo con migliaia di forme e di sensori, e per il mezzo di infinite mediazioni psicofisiche e sociali: lo abbiamo visto in questi giorni…. Ogni INCONTRO SIGNIFICATIVO con una sostanza, una vibrazione fisica, un affetto, un rito, ha anche un effetto cellulare e biochimico su di noi. E quanto più precoce è questo incontro, quanto più esso si radica in file nascosti e profondi di cui all’origine abbiamo una memoria fisica, non mentale.
Ci formiamo sotto la spinta del nostro codice genetico a non essere cellule uniche e totipotenti, MA ORGANISMI INTEGRATI CON IL TUTTO, ab inizio.
Un territorio plastico quello cellulare, altamente modificabile se disturbato nel suo processo. Ogni evento può essere registrato, anche se la memoria è biochimica o neuroendocrina. Usa cioè gli stessi “strumenti” che userà poi la nostra coscienza per apprendere e per essere se stessa.
La nostra storia “di dentro” SI INCONTRA DUNQUE ALL’INIZIO CON LA STORIA DEL NOSTRO PIANETA. E nei muscoli, negli organi e sulla nostra pelle, è possibile che si strutturano segni /RICORDO che nella nostra memoria diventano MAPPE, nel senso di guide al cammino, ORIENTAMENTI, oppure COPIONI DI VITA, cartine geografiche dell’anima incarnata che, inconsciamente, possono influenzare le nostre azioni quotidiane e le nostre scelte, specialmente quando vi sono durante la vita intrauterina “esperienze ripetute” verso le quali abbiamo sviluppato meccanismi di assuefazione (abituation).
Secondo la mia visione ed esperienza, tutta la nostra vita è un continuo viaggio di scoperta per unificare le MAPPE ANTICHE che sono più vicine a quelle dei nostri genitori di cui portiamo tracce e codici genetici, con le MAPPE INNOVATIVE, quelle delle nostre scoperte, delle nostre sintesi originali, quelle dei TERRITORI NUOVI.
Si, noi siamo fatti di una materia ALTAMENTE IMPRESSIONABILE, che deve continuamente lottare per riuscire ad osservare ciò che vive e non diventare vittima reclutabile da chiunque, e LE DONNE LO SONO UN PO’ DI PIU’.
Vorrei mostrarvi una cosa ora, Un giorno mi trovavo a Catania, al museo della storia dell’Etna , in una delle prime sale.
Vicino a me una finestra da cui vedevo il mare, SUONO, E davanti a me avevo un immagine come questa, in movimento però, in eruzione a sbuffi e colpi con pulsazioni ripetute di cui qualcuno aveva registrato il rumore. All’inizio non capii, ero infatti certa che qualcuno stesse facendo una ECOGRAFIA PRENATALE perché il rumore era molto simile, soffiato. Poi ho compreso ed ho sentito (suono) il rumore delle effusioni di lava simili alla pompa cardiaca fetale, ritmica potente rossa come il nostro sangue…..In quel preciso istante di oltre 20 anni fa ho sentito PER RISONANZA (metodo scientifico antropologico tipicamente umano e soprattutto FEMMINILE!!), che portiamo dentro ricordi netti e tangibili, che possono by-passare la nostra coscienza razionale e che a volte dirigono le nostre azioni. Ho compreso che se avessi “cercato” i SEGNI, dentro di me, come un’esploratrice, prendendo appunti delle mie reazioni tipiche, ripetute, io avrei scoperto strati importanti per ricostruire la mia storia, la mia mappa, il mio territorio.
A cosa ci serve una mappa? Ci serve perché i RICORDI E I RI-MORSI DELLA MEMORIA, per citare De Martino, segnano la nostra vita e le nostre decisioni DI FRONTE AI BIVI IMPORTANTI, e permettono agli altri di usarci quando SANNO A COSA SIAMO SENSIBILI.

La manipolazione mediatica oggi tanto pericolosa quanto subliminale, è realizzabile perché siamo esseri REATTIVI AI RICORDI, e quindi facilmente reclutabili se scoprono i nostri bottoni. Specialmente se i messaggi toccano tasti antichi.
Conoscere questi tasti e trasmettere la conoscenza della STANZA DEI BOTTONI, è stato da allora il mio principale oggetto di studio, personale e professionale. Tutti noi aneliamo alla coscienza ed alla libera comunicazione, ma ci perdiamo nei meandri delle reazioni inconscie che abbiamo segnato nelle nostre mappe. SPECIALMENTE LE DONNE. Un dolore vissuto nella vita prenatale ci segna profondamente e ci sensibilizza alla reattività verso quel tipo di vissuto ed ha delle ripercussioni sulla salute fisica e mentale adulta, che, fino a che non ne diventiamo coscienti, siamo costretti a rivivere, a risentirne il morso.
La mia reattività è ciò che il potere usa per trasformarmi DA VITTIMA A COMPLICE, come giustamente diceva la Dott.ssa Giacalone mercoledì.
E’ dunque in questa battaglia che si inscrive il mio progetto terapeutico ed associativo che condivido con altre donne ed altri uomini che NON VOGLIONO PIU’ essere complici, gestare e crescere figli complici, anche se vogliono servire si LA VITA, ma da svegli, integrando la nostra cultura autoctona con l’evoluzione dell’io e della coscienza in un processo di unificazione e non di alienazione.
Assumersi le mappe interiori, spesso significa attraversare il dolore che le ha originate, spesso, ma non sempre, perché come in tutti i territori, anche nel nostro corpo ci sono CICLI DI FESTA, e cicli di passione umana tragica però fondante, che ci identitizzano , ci uniscono al luogo dove abbiamo amato o anche dove siamo stati odiati e ci spinge a migliorare per noi e per gli altri.

EU NON SON COMPLICE (adesivo catalano incredibilmente simile al nostro catanzarese e da noi mutuato per l’occasione) per noi oggi significa insegnare soprattutto alle donne che più di tutte sono coscienti ed anche oggetti di questo potere, in quanto fatte di carne più morbida, plastica, perché per gestare la vita bisogna essere aperti disponibili, altrimenti il seme cade e non si impianta.
Infatti oggi accade (dato antropologico anche questo) che , ad esempio, il potere di fecondazione e di gestazione è diminuito, le donne si chiudono di fronte al tempo moderno veloce e perciò violento CHE FERISCE, le allontana dai loro rituali connessi alla biologia e le rende scisse e quindi più deboli e sottomettibili.
Nulla si crea con la fretta. Soprattutto non si creano gli ormoni della felicità che ne sono il substrato biologico. Ossitocina ed endorfine, gli oppiacei interni (che se non li sappiamo produrre li andiamo a cercare in altre sostanze compensatorie), NECESSITANO DI TEMPO QUALITATIVO (inteso come KAIROS E NON come CHRONOS per intenderci) per essere prodotti all’interno del nostro corpo, e siccome senza di essi NON SI CREANO LEGAMI, gli uomini non si affiliano più in nome dell’amore, ma del potere e dei tempi della produttività, PERCHE’ NON SI FERMANO, NON FESTEGGIANO, NON RITUALIZZANO I PASSAGGI, E QUINDI SI AMMALANO.
E siccome questo è un bisogno fisico e spirituale da quando esiste l’uomo, altri che lo intuiscono o lo studiano deliberatamente, si inventano NUOVE FORME DI AFFILIAZIONE ( e sottolineo affiliazione perché sono calabrese), alle quali noi oggi rispondiamo concedendo ad estranei mitici personaggi la stessa intimità, spesso trascurando quella vera e soprattutto fisica con i nostri uomini ed i nostri figli.

Nel nostro percorso le mappe nuove ci servono a costruire una nuova medicina ed antropologia di genere basata sui cicli simili alla terra, sui rituali femminili e sulla costante e determinata RICONQUISTA dei nostri territori di DECISIONALITA’ FEMMINILE, dove SE IO ESISTO perché mi conosco, perché conosco la mia storia, le buche sulla mia strada e su quella di mia madre, ( che spesso si è ostinata per farmela ripercorrere) allora IO NON SONO RECLUTABILE e quindi non ho bisogno neanche di resistere.

LA CAPACITA’ DI DECIDERE E’ UNA PREROGATIVA UMANA CHE VA COLTIVATA diventando coscienti delle proprie reazioni, delle forze biologiche interne e delle culture con cui dobbiamo allearci, concedendoci il tempo di integrare, che è un tempo lungo.

Ma un nemico così NON SI ATTACA MAI DI FRONTE, almeno non come donne.

Secondo noi la modalità femminile principale è quella di restare morbida e difendere i fianchi non mostrandoli. Ritengo che le donne debbano fare molta attenzione all’utilizzo della resistenza, perché troppo sovente le militarizza fino a cambiarle negli stessi processi ormonali. E’ per questo che secondo me l’enfasi va posta sulla conoscenza dei propri meccanismi e dei propri legami.
Solo se mi conosco io SO, SENTO quando un altro/a o un sistema sta tentando di intrufolarsi nel mio territorio. Noi donne dobbiamo imparare questo, recuperando l’istinto selvaggio di protezione degli spazi del corpo e nel corpo, perché siamo più facilmente oggetto di predazione.

Se mi conosco, se conosco la cultura da cui provengo E CHE DENTRO DI ME E’ ANCORA ATTIVA, mi difendo meglio, e la mia autostima di essere non alienato diventa la mia corazza naturale e non ho bisogno DI VALERE COMPRANDO BENI, DIVENTANTO UN CONSUMISTA COMPULSIVO perdendo di vista l’essenziale.
L’essenziale sono i rapporti significanti, individuali, di coppia, di gruppo, di appartenenza . Se non ci sono nella vita di una persona, la vita è più difficile da vivere senza difendersi e diventare cattivi, chiusi, settari, razzisti. Educare donne ed uomini che si conoscano, che si concedano il tempo di farlo (i tempi biologici dell’intimità) e che sappiano scegliere di fronte ai bivi, senza seguire le emozioni illusorie MA BEN VENDUTE del momento, come abbiamo fatto in parte alle ultime elezioni, è per me una “mission antropologica” necessaria.
Altrimenti l’unica possibile conseguenza SARA’ L’AUMENTO DELLA PRESSIONE SOCIALE COME SPINTA AD ESSERE PRODUTTIVI PIU’ CHE CREATIVI ED INNOVATIVI, con il conseguente aumento delle nostre giuste reazioni e quindi dei tentativi di REPRESSIONE, e ogni antropologo o archeologo o psicologo sa che essa rappresenta per l’anima umana ciò che la PESTE ha rappresentato per il corpo nel medioevo.
Siamo in una vera emergenza, e per fronteggiare la PESTE EMOZIONALE che stravolge i nostri territori, anche l’antropologia deve uscire dagli istituti universitari come avete fatto in questa straordinaria 3 giorni e leggere la vita, per portare NUOVI OCCHI, come quello del manifesto del festival, che il PIANETA LO HA DENTRO GLI OCCHI, VIVO E ROTANTE, occhi in cui ci guardiamo a vicenda come solo due esseri che hanno la stessa IDENTITA’ biologica sanno fare.
Mi auguro di non avervi tediato con questo intervento, e propongo - se posso - per il prossimo festival……di inserire come argomento anche il tempo e la bellezza che richiede tempo per essere goduta nelle relazioni, nelle culture, nell’architettura, nell’arte, prestiamo l’antropologia anche ad altre discipline. Continuiamo a fermare il tempo nella nostra cara città di Catanzaro come abbiamo fatto in questi giorni, leggendo ed ascoltando con i nostri corpi, qui, nel campo energetico di un Sud che è vivo, altro che se è vivo!

Grazie a tutti per avermi ascoltato.

Donatella Ponterio.

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